PARMA- Ospitiamo in queste pagine un amico Carabiniere, incontrato in diverse gare , che dimostra di possedere le qualità che un atleta che corre in montagna deve avere:
Umiltà, rispetto per la natura e per gli altri corridori, rispetto per i luoghi e... tanta forza.
Ci fa piacere che sia un Militare dell'Arma. I carabinieri sono stati sempre tradizionalmente rispettati dai Paracadutisti -ricambiati- e mai come in questo caso uniti da una passione difficile ed esigente.
Giovanni Baldini, nemmeno quarantenne, ha un curriculum d'eccezione.
Ultra Trail du Mont Blanc: 3 partecipazioni e 2 volte finisher; Jungfrau Marathon: 13 volte finisher; Tre Cime di Lavaredo Corsa Alpina: 2 volte finisher
Come ogni skyrunner che si rispetti, sceglie solo le gare più dure e duramente si allena, rigorosamente in solitaria, sulle cime che trova in Lazio e in Abruzzi.
Quet'anno ha fatto un "trittico" che avrebbe ammazzato un cavallo.
Lo consideriamo un appassionato di "Istant trail" anche notturni, sferzato dal vento, che gli tiene compagnia , come scrive.
Peccato che gli piacciano ancora tanto le gare ora trasformate in circo-business....ma siamo certi che molto presto diventerà un INSTANT TRAILER puro...
Leggete l'articolo e -soprattutto- apprezzate lo spirito col quale partecipa.
GUARDATE LE FOTO DELLE TRE IMPRESE DI AGOSTO-SETTEMBRE 2007
“PER ANGUSTA AD AUGUSTA” (PER VIE STRETTE AD ACCELSI LUOGHI). ULTRA-TRAIL TOUR DU MONT BLANC – JUNGFRAU MARATHON – TRE CIME DI LAVAREDO CORSA ALPINA/DREI ZINNEN ALPIN LAUF. Legenda per capire meglio l'articolo: km = chilometri percorsi - + = dislivello positivo accumulato)
VITERBO- Titolo con la massima latina questo racconto e spero di essere chiaro ed il più conciso possibile, anche se non è affatto facile e,temo (spero di no) di annoiarvi.
Il mio obiettivo sportivo di quest’anno era solo quello di portare a termine, Il "non plus ultra" delle corse di resistenza estrema, ovvero l’Ultra-Trail du Mont Blanc.
Sono ormai da diversi anni che partecipo a gare di fondo e gran fondo ma, con l’avanzare dell’età, sto diventando sempre più esigente, quindi ho abbandonato le cosiddette corse volgari, dove la gente si “scanna” per la conquista di salumi spesso di bassa qualità e vanagloria.
Ora voglio solo il contatto con la montagna e con la gente che l’ama. Preparare ed avere la fortuna di arrivare in forma a questo appuntamento, non è una bazzecola. Quattro sono i punti cardine per affrontare questa sfida: 1. profondo amore per il Creato, cioè sentirlo radicato in ogni tuo viscere;
2. determinazione;
3. serio allenamento;
4. umiltà, soprattutto molta umiltà.
Partire con queste quattro premesse si è percorso gran parte del lungo ed impervio cammino. Mentre durante l’estate nella Tuscia e dintorni si assisteva ad un proliferare di sagre culinarie di ogni genere: dalla cicerchia, al lattarino fritto dorato, allo stratto al tartufo (?) ecc. ecc., mi dedicavo con immenso piacere a durissimi allenamenti.
Indimenticabili, faticose ed allo stesso tempo stesso esaltanti, sono state le diverse solitarie in notturna sulle magiche montagne d’Abruzzo, sul Gran Sasso d’Italia, affrontanto i dislivelli spaccacuore da Fonte Cerreto (AQ) arrivando, per le creste della Portella, sino al Corno Grande per la via direttissima. Massimo Guidobaldi, Domenico Peruzzini e Raffaello Alcini mi subissavano di telefonate per supplicarmi di non andare dicendomi: “Ma dove vai da solo di notte, sei pazzo!”. Ma che solo e solo, avevo la compagnia della luna, delle stelle, del vento, a volte sferzante, che mulinava attorno al mio corpo, scuotendomi come un fuscello, vi sembra poco?
Ricordo particolarmente con nostalgia il bivacco all’addiaccio, sempre in notturna, sulla vetta del Corno Grande (quota m.2912) sotto una luna accecante avvolto nel mio sacco letto a fianco la rassicurante croce benedetta da Giovanni Paolo II a San Gabriele (AQ) (si racconta che quel Santo soleva solcare in anonimato quei sentieri), dopo aver raggiunto la cima in una rovente giornata di fine luglio.
Un tuffo al cuore mi colpiva nel vedere il sinistro bagliore degli incendi che si potevano scorgere dall’alto a grande distanza sul gruppo del Velino-Sirente (AQ), ed all’agonia del ghiacciaio del Calderone (l’unico in Europa a quelle latitudini). Come dimenticare con gli amici Pino Ruzzon, i predetti Domenico e Massimo la pericolosa attraversata sulle affilate creste del “Centenario”. Del Grand Raid du Mercantour (F), corso a metà giugno, classificato nelle prime 4 corse in montagna più tecniche al mondo (km 102 +6586), ho già entusiasticamente scritto.
Dall’Appennino ora si passa alle amatissime Alpi.
Venerdì 24 agosto 2006, ore 18,30, a Chamonix in Francia, ancora una volta ci sono, sotto l’ affascinante palco di partenza dell’oramai epico U.M.B., ottimamente equipaggiato con uno zaino pesante che conteneva materiale e viveri per affrontare qualsiasi condizione climatica (fino a martedì, prima nevicava a quota m.2300…). Un brivido m’attraversava il corpo dall’emozione e dalla gioia solo per essere lì, avvolto dal grandioso ambiente glaciale del Monte Bianco. La vista di lasciava senza fiato. Mi immergevo nella preghiera di ringraziamento all’Onnipotente per avermi dato la possibilità di poter ancora una volta gustare quel Paradiso. L’aura mistica che pervade la montagna è arcinota: Gesù sul Tabor, Mosè sul Sinai, San Francesco d’Assisi sul Subasio…
Anche per le altre confessioni religiose le montagne sono dimora delle loro divinità.
In quel momento eri tu, un puntino insignificante di fronte al gigante, con le tue aspirazioni, col desiderio di poterlo abbracciare nei 163 km e circa 9.000 mt di dislivello positivo del periplo, entro il tempo massimo di 46,30 ore, ed avevi a disposizione la sola forza propulsiva delle tue gambe! Spengo il cellulare e il cordone ombelicale che mi univa col resto del mondo, era costituito da un braccialetto che aveva due microchip:il primo per la rilevazione del tempo ed il secondo aggiornava la pagina web del sito dell’U.M.B., così chiunque poteva conoscere in tempo reale i tuoi passaggi ai varchi elettronici, con le proiezioni finali. Viva la tecnologia!
Non erano i presenti lì i miei carissimi, e scusatemi se dimentico qualcuno: Filippo Fortini, Enrico Alfonsini, Roberto Paolini, Massimo Guidobaldi,Paolo Bna, Tonino Tonucci, Tullio del Brubaker Store, Pino Tenti, Ferdinando Iacovelli, Raffaello Alcini, Domenico Peruzzini, Alex Nugnes, Bruno Dei, Andrea Celestini, Luigi Groppi, Tonino Camertoni, Patrizia Mandini e Carlo Basili. Tuttavia, avvertivo il loro incitamento: “Marcia o crepa!”
“Tutte le pietre del Gran Sasso dicono forza…”. C’era anche il superatleta, amico - espertissimo di corsa in montagna - Marco Galletto da Trivero (BI), grande personaggio di potenza atletica non comune, colpito da un lutto il martedì antecedente l’U.M.B.. Aveva il morale a pezzi, ma comunque voleva provare a partire. Mi attendeva alla partenza Stefano Tonchi con grandi ambizioni personali.
La tensione prima del via saliva alle stelle e partivo a ridosso dei primi. Era importante non rimanere schiacciati dalla foga degli oltre 2.200 partenti (uno sproposito per questo tipo di competizione), prima per le strette vie di Chamonix (F), poi nei sentieri che portavano a Les Houches (F). Da notare l’elevata presenza del gentil sesso e, come dice il saggio Paolo Bna, c’era molto “becchime”; tante belle ragazze, competitive più che mai, ma dovevo stare attento a rincorrerle: a Les Houches (F) c’era ad attendermi la mia famiglia al completo, suocera inclusa, armata di matterello (non si scherza mica coi sardi). Non me ne vogliano i loro compagni/mariti, ma le affascinanti maratonete: Paola, Tiziana, Chiara, Barbara, Eliana, pure loro rimaste a Viterbo, avrebbero fatto la loro ammirevole figura.
Arrivava la prima variante rispetto al percorso originario (ora più lungo e con più dislivello, tanto per gradire…). Da Les Houches (F) (km 8 +123) dopo aver lambito la tormentata colata glaciale dei Bossons, invece di prendere per il Col de Voza (F) attaccavo la salita che portava all’Alpage de La Charme (F) (km 14,3 + 936), lunga e faticosa. Due agguerritissime atlete nipponiche con la bandiera di guerra del Sol Levante, schizzavano via con ritmi indiavolati.
Il loro vento divino, cesserà poi di soffiare: per la prima in prossimità del Grand Col Ferret (I) e per l’altra davanti ad un trancio di una squisita torta di mirtilli neri nel punto di ristoro di Champex Lac (CH). Il seppuku (il suicidio del samurai con la catana), credo che se lo siano risparmiato. All’alpeggio dominavano grandiose les aguilles du Gouter e di Bionassay, mi aspettavo un incontro con la classica fauna alpina (stambecchi, camosci, marmotte ecc.), invece eccoti un branco di maiali, sì porci, propriamente detti, educati anche quelli, se non addirittura profumati.
Per un dislivello negativo di circa mille metri, piombavo attraverso una pista nera da sci, a gambe levate, nell’incantevole paese di Saint Gervais (F) (km 20,1 quota m.807). Il paese ovviamente in fermento per l’avvenimento, il bagno di folla commovente. Volevo rimanere lì per gustarmi la festa, ma avevo altro da fare, non avevo tempo…
Ora, su col morale per affrontare una sonora batosta, ossia l’interminabile ascesa per arrivare al Col de Bonhomme (F) (km 41,7 + 2642), ben 1600 m. circa di dislivello positivo. Calava la notte, ma la luna piena rendeva l’atmosfera surreale. Guadavo torrenti, attraversavo foreste incantate di conifere, con la sagoma scintillante dell’immensa piramide sommitale del Bianco, luminosa come non mai che vegliava su di me, incutendo terrore. Mai dare del tu alla montagna (io do il dovuto rispetto anche alla Palanzana, il monte di Viterbo, alto appena 803 m.), in un attimo lei ti può avvolgere in una stretta mortale, e sono noti purtroppo i tragici eventi di quest’estate proprio qui sul Bianco.
Arrivato a Les Contamines (F) (km 30 +1463), indossavo una calda maglia termica, mi equipaggiavo con una doppia frontale e calzavo dei guanti del tipo muffole. La folla onnipresente e a dir poco straordinaria, ti incitava a squarciagola, ti faceva sentire una sorta di eroe e ciò mi procurava un certo imbarazzo anche se mi faceva decisamente piacere. I bambini, poi, meritavano un riconoscimento particolare. Supereducati, improvvisavano ristori, dispensavano sorrisi e volevano il contatto con te chiedendoti con insistenza “il cinque”. Spero di averli accontentati tutti, Dio solo sa quante manine sono schioccate sul mio palmo. Le gambe giravano bene. Dopo il ristoro della Balme (F) (km 38 +2019), il sentiero s’impennava e salivo velocemente di quota per raggiungere per un itinerario decisamente tecnico il Col de Bonhomme (F) (km 41,7 +2642) e, dopo aver attraversato un nevaio piuttosto esteso e profondo, giungevo al refuge de la Croix du Bonhomme (F) (km 43,6 +2792). Ero nel cuore della notte in uno dei passi alpini usato fin dagli antichi romani per valicare le Alpi e dovevo arrivare per un infido interminabile scosceso pendio invaso da fango, tanto fango, costellato di sassaie e impetuosi ruscelli all’abitato di Les Chapieux (F). Questo tratto è risultato il più pericoloso. Molti atleti per l’impeto di arrivare chissà dove (la strada per il traguardo era ancora lunghissima ed aspra) si lanciavano giù per la discesa come forsennati e non pochi tonfavano a terra. Io me la sono cavata, miracolosamente, con una sola innocua caduta. Lì a Les Chapiex (F) incappavo in una grottesca gaffe. I tavoli, illuminati da un’ingannevole luce tenue, erano imbanditi di ogni ben di Dio. C’erano quattro scodelle e dal colore bianco nel loro contenuto credevo accogliessero della mousse di cui sono ghiotto. Invece era sale! Appena mettevo in bocca con avidità il cucchiaino, tra gli sguardi atterriti degli efficientissimi volontari, iniziavo a contorcermi per il disgusto e ingurgitavo come una furia del brodo caldo. Che figuraccia!
Ecco, adesso si presentava il Col de La Seigne, confine italo-francese (km 59,2 +3793). Nelle due precedenti edizioni dell’U.M.B., avevo accusato in questo itinerario delle forti crisi. Nel tratto di asfalto di circa 3 km, come solito procedevo dormendo, una tecnica che ho affinato nel tempo durante le varie competizione di durata, ed avevo una buona cadenza. Mi distraevo ed ad un tratto, dietro di me, non vedevo più la scia frammentata della lampade frontali dei concorrenti. Avevo perso la strada allo Chalet des Mottes (F), ma un buon pastore nell’oscurità, in posizione ieratica, mi indicava la giusta via. Evocativo? Il sentiero che portava in cima al colle, se non lo conosci ti sfianca. Infingardo, quando sembra di essere arrivato in cima, ecco apparire un’altra rampa, sempre più ripida, e così via. Poco prima del valico le gambe cominciavano a tremare, stava arrivando la crisi, che la tamponavo mangiando del prosciutto cotto. Entravo allora nella mia Italia, e l’atmosfera sportiva cambiava decisamente (in peggio), non il panorama che era semplicemente fantastico. Accoglienza algida, al ristoro ubicato sotto il rifugio Elisabetta Soldini della Val Veny (km 63,1) , rispetto a quelli dell’altro versante del massiccio in cui dimora una civiltà sportiva evolutissima. L’italiano, in genere, non è uno sportivo ma un tifoso. Dimostra il fatto, che nella mio amato Paese esistono tre quotidiani sportivi nazionali, cui sarebbe meglio definirli giornali del calcio, dove si discetta in gran parte, salvo rare eccezioni, solo di quello. Uno sport che adoravo, violentato dagli sporchi interessi, ora sprofondato nel mio oblio.
Correvo lungo la carrozzabile che lambiva l’acquitrino del Lac Combal (I) (km 65,5) accanto la morena laterale del ghiacciaio del Miage e poi in alto per l’erta dell’Arete du Mont Favre (I) (km 67,8 +4258). In cima iniziava ad albeggiare ed il contorno che si presentava dopo avanti ai miei occhi, era a dir poco stupefacente. Il mio sguardo, spaziava dai ghiacciai del Miage e della Brenva. Svettavano le aguilles de Glaciers, de Trélatete, il Dome du Gouter, e sopra a tutti la severa parete est del Bianco e sotto il suo alabardiere: la terrificante Aguille Noire de Peuterey. Non nascondo che mi veniva un groppo alla gola dalla contentezza. In compagnia di due atleti spagnoli, pardon, dei paesi baschi, come tenevano a precisare, condividevo tale gioia. Ad est svettava l’inconfondibile sagoma del Cervino ammantato di neve. Arrivavo in una deserta Courmayeur (I) di slancio ed in forma (km 76,9). Ristoro volante e via per le eleganti vie del centro. Perbacco, mi ero sbagliato, dovevo arrivare al rifugio Bertone (I) (km 81,8 +5067) ed avevo preso il vecchio tragitto (quest’anno era stato modificato per meglio far defluire i 1500 atleti della quasi concomitante Courmayeur (I) – Champex (CH) – Chamonix (F)). Un gentile commerciante mi indicava a gran voce l’itinerario giusto.
Non portavo il cronometro, per non incorrere all’ansia di prestazione, il mio punto di riferimento era il sole che si era appena levato, e capivo che viaggiavo su ritmi sostenuti rispetto all’edizione 2006, pur essendo in conserva. Me la prendevo comoda ed al Bertone (I) iniziavo, in una stupenda mattinata, la formidabile attraversata della Val Ferret valdostana (I) dall’alpeggio superiore di Malatrà. Non mi stancherò mai di dire che stavo attraversando una delle valli più belle del mondo dove svettavano solenni, intervallate dalle masse glaciali del Frebouze, del Triolet e di Prè de Bar: il Dente del Gigante, Les Grandes Jorasses, il Mont Dolent. Bruno Dei, esperto alpinista, che ha visitato le principali catene montuose del globo, mi ha confermato che il luogo riveste caratteristiche himalayane. Al rifugio Bonatti (I) (km 89,3 +5482), speravo di trovare il mitico Walter per tributargli onore. Non era lì ma mi è bastato sapere che egli gode di ottima salute.
Ad Arnuva (I) (km 93,6 +5578), avanzavo su in direzione del Grand Col Ferret (confine comune italo,franco svizzero (km 98,2 +6346). La salita, al pari di quella del Col de la Seigne, si rilevava particolarmente impegnativa specialmente il primo tratto, sino al rifugio Elena (I) (km 96,1 +5871) a causa di un sole implacabile che mi faceva grondare il volto di sudore. Iniziava ora la feroce selezione ed il trail diventava una gara ad eliminazione. Ho superato atleti delle più disparate nazionalità, dagli Stati Uniti al Sud Africa all’Australia che gettavano la spugna per lo sfinimento o grane fisiche. Al valico, facente parte delle alpi Pennine (il confine geografico delle Alpi Graie e Pennine è invece al vicino Petit Col Ferret), era affollato da escursionisti che approfittavano delle condizioni meteo eccellenti, per potersi godere un panorama che ha pochi rivali al mondo. Mi addentravo in territorio elvetico per un ampio sentiero e, alla mia destra, mi faceva compagnia la poderosa vetta del Grand Combin (CH), anch’essa ammantata dalle nevi eterne.
Scendevo di quota e dall’Alpage della Peulaz (CH) (km 101,7) arrivavo presto a La Fouly (CH) (km 107 + 6357). Soffrivo il caldo, tant’è che mentre mi godevo la traversata della selvaggia e rilassante Val Ferret svizzera, terminavo l’acqua. Non era un problema, non mi trovavo mica in mezzo al deserto! Ero contornato dalle nevi perenni del Monte Bianco che mi rifornivano a volontà del liquido vitale attingendo dai tanti ruscelli e fontanili che si trovavano lungo il tragitto. Riuscivo a gestire al meglio questa difficile fase calando l’andatura. A Praz de Fort (CH), l’abitato che sembrava uscito da una favola, regno dei folletti e dei puffi, il punto di ristoro era stato eliminato. Tuttavia, dalle fatate case di legno dove era stipata la legna con ordine maniacale, invece di Gargamella, il perfido nemico dei citati puffi, che poteva darti il colpo di grazia, spuntavano fuori bambini entusiasti che ti offrivano da bere. Bellissimo!
Dopo una tregua, si cominciava di nuovo a salire. Da Issert (CH) (km 117,2 +6429) arrivavo accolto dal suono lugubre ma affascinante degli alphorn, i lunghi corni svizzeri suonati da azzimati orchestrali, sull’altipiano che ospitava alle rive di un lago cristallino, l’incanto di Champex-Lac (CH) (km121,8 +6890). Nell’edizione trascorsa, ero giunto sotto una pioggia battente,ma stavolta il tempo sembrava tenere ed il colpo d'occhio sempre immensamente bello. M’involavo verso il sentiero del Bovine (CH). Per imboccarlo penetravo in una remota vallata attraverso una impenetrabile foresta calando di quota. Attaccavo l’erta del Bovine (CH) secondo punto più difficile del trail attraversando sassaie e vorticose acque di fiumi glaciali senza tregua, fino all’alpeggio. Sembrava non finire mai. Quando si ci cimenta in questi immani sforzi, la tua mente si isola, non pensi assolutamente a nulla, oppure preghi, o richiami alla mente chi non è più con te a poter condividere le passioni che ti accomunavano. Allora, gli occhi s’inumidivano al ricordo di Vincenzo Apuzzo, atleta di grandi potenzialità a cui è stato intitolato, con una toccante cerimonia, il bel pattidrodomo di Narni scalo (I - TR) e di Vincenzo Palma. Sono un misero peccatore e non ho i requisiti per guadagnarmi il paradiso, ma il buon Buon Signore me lo stava facendo assaporare, su questa terra, sugli spietati percorsi del re delle Alpi,in condizioni atmosferiche forse irripetibili. Ero all’alpage de Bovine (CH) (km 131 +7594) non come nel 2006 quando stavo rischiando la pelle nel mezzo di una tempesta di fulmini e pioggia gelata. Il problema che avevo nuovamente finito l’acqua e nè potevo rifornirmi dalle acque di fusione delle nevi perché sopra pascolavano in libertà le caratteristiche mucche pezzate. Poco prima del punto di ristoro un piacevole incontro con una sinuosa vipera adulta. Era spaventata, lo si poteva capire dal movimento agitato della sua lingua bifida. Aveva ragione poverina: ero io l’intruso.
Mi aspettava sotto nella vallata Trient (CH) (km 137,2 +7668), mi gettavo nella discesa velocemente, prestando molta attenzione a non mettere il piede il fallo in mezzo ai sassi. Il ricordo della passata edizione era ancora vivo, quando in quella china procedevo disperatamente sotto la tempesta rischiando l’assideramento. Come cambia la dimensione spazio tempo in condizioni climatiche opposte. La discesa questa volta mi sembrava interminabile. Il Col de La Forclaz (CH) era affollato dagli accompagnatori e Trient (CH) era ancora maledettamente sotto e lo raggiungevo con impeto. Paesino naturalmente ordinatissimo e lindo. Molto bella nella sua semplicità la chiesa. Lo staff dei volontari dell’organizzazione sempre efficienti, gentili ed ospitali. Al ristoro, solo un paio di bicchieri di Cola (in totale ne avrò bevuta un ettolitro!) e via per l’ultimo difficile colle di Catogne/Les Tseppes (CH) (km 142 +8446). Avevo a disposizione molta luce e ciò significava aver proceduto con ritmi di primato personale. Davvero durissima la salita ma la fatica veniva mitigata dalla veduta del Plateau e del ghiacciaio di Trient, considerato – a ragione - come uno dei punti più suggestivi del gruppo. Nel 2006 in quel tratto viaggiavo nel buio della notte. Attraversando quelle malghe si scorgeva a valle la ridente cittadina di Martigny (CH) del cantone Vallese. A poca distanza alla Frontiera franco-svizzera di Les Essert (km 143,9) calava il buio dopo una giornata che passerà nei miei annali per intensità emotiva.
Giungevo a Vallorcine (F) (km 146,7) Mancavano 18 km al traguardo, pochi se si era gestita bene la gara ma un’infinità per chi era sfinito e si trascinava con la sola forza della disperazione. Non credevate mica che era finita. C’era ancora il Col des Montets prima dell’Argentiere (F) (km 153,1 +8662). Dall’Argentiere mancavano poco più di 10 km all’ambito traguardo di Chamonix. Ora viaggiavo nella Valle dell’Arve in compagnia di Patrick, una forte guida alpina svizzera. L’andatura aumentava incessantemente. Eravamo entrambi al settimo cielo dalla visione, grazie all’abbagliante luce della luna, dei contorni spettrali rispettivamente delle Aguilles Verte, di Chamonix e Du Midì. Eravamo a un passo dalla meta. Due piccole sorpresine ancora ci attendevano: due salite impegnative perché la strada era cosparsa di radici tra cui quella per arrivare al Petit Balcon. Giungevano infine a Chamonix poco dopo mezzanotte di domenica 26 agosto (km 163,4 +8835) e tagliavamo il traguardo tra grida di esultanza ed abbracci. Correvo a ritirare i sacchi che contenevano indumenti di ricambio non utilizzati lasciati rispettivamente a Courmayeur (I) e Champex Lac (CH) e la sala era ancora stracolma di bagagli. Poi mi recavo al dormitorio - praticamente vuoto - che nei giorni precedenti era adibito a centro maratona. Mi rendevo solo ora conto di aver portato a termine un’ impresa che è andata al di là di ogni mia aspettativa, anche se per me, il riscontro cronometrico, è solo un marginale dettaglio. La mia gratificazione era di essermi confrontato, da valligiano, con i più forti atleti al mondo della specialità di corsa in montagna. Ottime notizie anche per Marco Galletto, Stefano Tonchi, Marco Mariani (torinese conosciuto al Mercantour (F)) e Fabio Marri che portavano a termine la fatica, non senza problemi, con ottimi tempi. Complimenti per la loro tenacia!
All’inizio dell’anno,come mio solito, avevo preso degli impegni sportivi. Così come potevo mancare all’appuntamento con la maratona della maratone, quella che più di ogni altra adoro? In compagnia del piacentino Luigi Groppi, due settimane dopo il Bianco, partivo per partecipare alla 15^ edizione della “Jungfrau Marathon” (km 42,195 +1829) sulle Alpi Bernesi della Svizzera centrale.
Non c’erano quest’anno i coniugi neogenitori (ironman/woman) Frank Schmidt e Francesca Fortini di Zurigo. Era nato da pochi mesi il piccolo Filippo e la maratona gliela stava facendo fare lui con nottate insonni per le poppate. A loro il più affettuoso abbraccio ed al prossimo anno (spero tanto). A Luigi, nobile e mite persona (eccetto quando nel suo intestino si scatena il famigerato “Byfidus Actiregularis”…), di resistenza fisica che non ha eguali, raccomandavo di effettuare durante l’estate un adeguato allenamento sulle sue montagne.
Non avevo il minimo dubbio sulle sue capacità atletiche, perché aveva già dato prova delle sue capacità avendo partecipato in mia compagnia a vari impegnativi trail. Poi quale allenamento migliore del suo incessante lavoro da sgobbone emiliano che lo costringe a dormire non più di otto ore (la dose giornaliera generalmente raccomandata dai medici) la settimana. Sì avete letto bene, la settimana. Nessuno può reggere i suoi ritmi infernali! Gente d’altri tempi. Tenevo molto perché partecipasse alla mia Jungfrau, scusate l’egoismo, ma ero “solo” alla 13^ partecipazione consecutiva ed il motto era sempre lo stesso: “Ci tornerò finchè avro gambe!”. Correva l’anno 1996…
Sia noto a tutti della perfezione che esiste in Svizzera. Ho commentato più volte questa maratona e non ho più parole per definirla, perché ho utilizzato tutti i più bei aggettivi possibili del dizionario della lingua italiana e non vorrei essere ripetitivo. Più delle parole contano i fatti: raffinatissimo ambiente internazionale con altissimo grado di educazione tra gli atleti e locali; assistenza di prim’ordine; non un millimetro, dico un millimetro, di questa corsa risulta noioso; ovviamente panorama mozzafiato; docce calde per tutti i 3700 atleti all’arrivo sulla Kleine Sheidegg (CH), senza fare la fila con specchi e phon in abbondanza! Luigi era estasiato, non faceva altro che dirmi: “Bella, fantastica, grazie Gianni!”.
Rispondevo che non doveva ringraziare me, ma il Padreterno che ci ha donato quei luoghi (dichiarati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità) e quella civiltà. E’ un dovere morale di tutti contribuire alla salvaguardia della natura per le future generazioni. Luigi accusava una forte crisi a Lauterbrunner (CH) al km 26, proprio quando doveva affrontare l’impegnativo tragitto che portava a Wengen (CH). Aveva dolori dappertutto e confessava che durante l’estate aveva corso non più di 6 volte a causa degli impegni di lavoro… La giornata era da incorniciare, alla partenza le nuvole coprivano i 4000, ma poi il cielo si apriva di uno sfolgorante azzurro. Davanti si presentavano straordinarie più del solito, grazie alla neve che era caduta in abbondanza due giorni prima sino a quota 2000 m., le tre stelle delle Alpi: Eiger, Monch e Jungfrau. Nel procedere, fissavo abbacinato il candore della parete nord della“Jungfrau” (la Vergine); recitavo l’Ave Maria ed avevo voglia d’inginocchiarmi, davanti a quella paradisiaca visione che evocava la Madonna. Una lunga sosta a causa dell’intoppo delle centinaia di persone a Wixi (CH), per lo stretto sentiero alpino, quanto bastava per riprendere fiato e salire su fino al ghiacciaio del terribile Eiger.
Appena tagliato il traguardo, come d’incanto, le nuvole avvolgevano i tre colossi come un sipario. Come al termine della prima alla Scala di Milano avevamo voglia di lanciare rose e chiedere il bis! Senza un attimo di tregua, con il leggendario treno a cremagliera delle “Jungfraubahnen”, giungevamo a Grindelwald (CH) perché ci aspettava un lungo viaggio di trasferta in auto. Alle ore 16,30 di sabato 8 settembre 2007, partivamo dal cuore della Svizzera direzione Sesto Pusteria/Sexten (BZ). “Solamente” 590 km di cui 400 di strada di montagna, con il passaggio di quattro passi alpini in territorio elvetico : Susten, San Bernardino, Fluela e Fuorn/Ofen. Direte voi, a che fare? Perché questi due non sono rientrati rispettivamente a Piacenza e Viterbo nel loro focolare domestico? La colpa è stata tutta di Luigi…
Voleva fare un overdose di montagna e non poteva trovare uno più di “malato” di lui che lo assecondava, quindi, quale migliore occasione per correre il giorno dopo la “Jungfrau “,
domenica 9 settembre 2007, la “Tre Cime di Lavaredo Corsa Alpina/Drei Zinnen Alpin Lauf ” con le esili forze che rimanevano? Vi prego non ci prendete per folli, erano “appena” 17,5 km e +1350 sulle strabilianti ed uniche Dolomiti: la Croda Rossa, La Croda dei Toni e, ovviamente, le Tre Cime di Lavaredo .
Giungevamo a Sesto/Sexten (BZ) alle ore 2,00 di una fredda notte e trascorrevamo la nottata in macchina nei sacchi a pelo in posizione supina (fuori si sfiorava lo zero). La fatica era tanta e non facevamo fatica a prendere sonno. Tuttavia, Luigi, come me, è amante della bella musica e durante la trasferta in macchina ci accompagnavano i walzer di Strauss, le opere del maestro Verdi e la sinfonia n.9 op. 125 di Beethoven (Inno alla Gioia). Alle 4 di mattina, in onore al genio di Busseto,suo illustrissimo conterraneo, egli dava il meglio di sé. Iniziava con i suoi do di petto: russava da far paura!
Non interrompevo però la sua ninna e con gran sollazzo approfittavo per inviare SMS col cellulare. Ancora una giornata favolosa. Alle ore 10,00 di domenica 9 settembre 2007 il via degli oltre 900 atleti della 10^ edizione della “Tre Cime” in compagnia di Paolo Bna che al termine della corsa, aveva intenzione di fare il cammino degli alpini, sulle trincee, gallerie scavate nel calcare delle Dolomiti e ferrate risalenti al primo conflitto mondiale. Sarebbe piaciuto molto farlo anche a me, però era il caso di non esagerare…
Il grande difetto di questa corsa è che la distanza è troppo breve, pertanto chiedo agli organizzatori di voler organizzare, un trail di almeno un centinaio di km sulle Dolomiti. I partecipanti arriveranno a frotte da ogni parte della Terra, talmente forte è il richiamo di quelle sublimi montagne.
Al rifugio Locatelli, la consueta degustazione di strudel e altri squisiti dolci sudtirolesi e giù a piedi a valle, insieme alla simpaticissima coppia bresciana Michele e Rossana reduce dall’ironman di Montecarlo. Dopo il pasta party consumato all’interno della Sala comunale di Sesto/Sexten (BZ), l’arrivederci, con gli occhi lucidi, da quelle sfolgoranti vette e questa volta si tornava veramente a casa. Il lunedì, nelle vicinanze, non erano organizzate altre corse…
La storia è terminata e, dopo queste esaltanti avventure, ho riflettuto su come un individuo non ha possibilità di scegliere il luogo dove nascere quando viene alla luce. Giustamente non si può. Ma dove desiderare terminare il cammino terreno, per poter aspirare all’Incontro, quello sì!
Totale km di gara percorsi: 223 - totale metri dislivello positivo (+) : 12.014
Giovanni Baldini
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